Take This Waltz

thakethiswaltzregia di Sarah Polley.

Chi non adora Michelle Williams? e chi non adora Seth Rogen? non lo sò, sta di fatto che io li adoro entrambi per motivi, ovviamente, differenti. Va da se che sulla carta questo era un film fantastico, di quelli che vedi due foto e già sai che ti piace, di quelli che sei disposto a perdonare anche dei piccoli difetti perchè “hey, c’è Michelle Williams e Seth Rogen!” e invece NO. La storia dovrebbe parlare di delicati sentimenti , della vita che tipo bla bla , le relazioni, la routine, il romanticismo. E invece la noia, il ridicolo, l’irreale, l’imbarazzo. Non ero arrivato neanche a metà film che già odiavo Michelle Williams e la sua pseudo/relazione, cosa non facile visto che, come ho già detto, chi non adora Michelle Williams? Per non parlare quando il film arriva alla conclusione e la rappresentazione della “novità” e della “trasgressione” vengono mostrare sullo schermo con un paio di sequenze in cui mi sono proprio messo a ridere. E non è una commedia. Peccato perché la confezione non è per nulla male ma il contenuto ha proprio un sapore di merda.

Looper

looper_poster1Mi aspettavo una cosa diversa da questo film. Quello che sapevo prima di vederlo erano in effetti poche cose. I due protagonisti sono Joseph Gordon-Levitt e Bruce Willis che impersonano lo stesso personaggio ma in due età diverse, giovane e vecchio protagonista che finiscono per incrociarsi a causa di questione che riguardano i viaggi nel tempo, senza contare che il giovane per qualche motivo deve uccidere il vecchio. Sapendo questo mi aspettavo un film puntato molto sull’ action dove i protagonisti si rincorrono, si sparano in faccia con qualche battutina quì e lì per tutta la durata del film. Forse una specie di Buddy Movie in salsa viaggio temporale. Invece una volta iniziato il film mi accorgo subito che i toni sono serissimi e difficilmente si troverà lo spazio per infilarci qualche battuta divertente. Senza contare che, a conti fatti, nel film si spara pochissimo. Quindi com’è questo Looper? Looper è uno strano prodotto, uno sci-fi con qualche scena action che punta molto più sul racconto che sulle pistole che comunque non mancano, anche se in quantità minore al preventivato. Facendo questo il film riesce a sorprende e ad elevarsi rispetto al mucchio di genere in cui io ero pronto a buttarlo tanto da non annoiare mai nonostante le quasi due ore di durata. La storia risulta credibile appassionando lo spettatore nonostante ci siano un pò di questioni temporali di cui non sia pienamente convinto. Altra cosa che non mi ha, purtroppo, convinto è il finale del film che dopo una bella costruzione sembra chiudersi un pò tronco con una risoluzione forse banalotta e fin troppo semplicistica. Mi sarei aspettato un twist finale più complesso che sicuramente avrebbe giovato parecchio al film che perde l’occasione di elevarsi ulteriormente. Ne rimane comunque un buon film guardabile dall’inizio alla fine con due bravi protagonisti e un piccolo Pierce Gagnon che si farà ricordare.

Moonrise Kingdom

moonrise-kingdom-poster1Metto le mani avanti dicendo che sono un fan di Wes Anderson. Ho amato tutti i suoi film quindi ero abbastanza predisposto alla visione di questo nuovo Moonrise Kingdom. Fin dalle prime immagini trapelate il film si presentava in modo veramente magnifico, personaggi alla Wes un pò caricaturali, disfunzionali, come ci ha abituato in tutta la sua filmogragia, questa cura nei colori e nella fotografia, Bruce Willis, Edward Norton, Bill Murray e tanti altri nel cast. Un sogno bagnato per l’hispter romantico di questa generazione. Senza contare che da noi il film è uscito veramente tardi quindi l’attesa faceva accrescere maggiormente la voglia di vedere il film! Detto questo, finalmente, riesco a vederlo (in realtà comunque in anticipo rispetto alla distribuzione italiana) e se in parte molte delle aspettative vengono soddisfatte devo purtroppo constatare che non tutto fila liscio come dovrebbe. Dal lato estetico/strutturale Moonrise Kingdom è probabilmente il miglior progetto di Wes Anderson, ogni fotogramma è una cartolina studiatissima, un istantanea che una ragazzina alternativa posterebbe immediatamente su facebook, e lo dico con accezione positivissima, una di quelle cose da guardare e riguardare trovando ogni volta un particolare in più nella composizione. Insomma tante cose belle. Ma tutta questa cura, questa maniacalità nella ricerca visiva che il nostro Wes fà sembra rivoltarsi contro al film che diventa irrimediabilmente freddo e fin troppo calcolato. Infatti se nei film precedenti si arrivava ad un momento di completa commozione per via dell’accumulo emotivo (basti pensare al tentato suicidio di Richie nei Tenenbaum o all’avvistamento della creatura in Zissou) in questo film questo non succede mai e la storia fa si sorridere in determinate situazioni ma più per tenerezza dei suoi personaggi, due bambini, che per l’effettiva emotività del racconto che si lascia schiacciare dalla sua freddezza e precisione visiva senza riuscire mai ad emozionare davvero. Un film alla Wes Anderson più che di Wes Anderson. Certo, rimane un buon film ma sicuramente al di sotto di quello che il regista ha saputo fare in passato rivolto alla sua corrente di pubblico più superficiale. Una piccola delusione per un regista che sa emozionarci molto più di così sperando che si ritrovi e che non diventi, come Tim Burton, una caricatura di se stesso.

The Lords of Salem

Aspettative. Ne avevo tantissime per questo nuovo film di Rob Zombie. Finalmente il nostro torna a fare il suo cinema, dopo le parentesi dei due capitoli di Halloween. Un nuovo film di Rob dopo quel capolavoro de La casa del Diavolo. Un nuovo film di Rob che parla di Streghe, di esoterismo, di satanismo. Insomma di tutte quelle cose che mi fanno prendere benissimo. Senza contare che per gli appassionati il trailer era già un sogno bagnato. Insomma, come dicevo, Aspettative! Con tutta questa fotta in corpa appena ho saputo che al Torino Film Festival veniva proiettato il film in anteprima sono subito corso a vederlo perchè era un dovere morale e anche perchè non potevo davvero più aspettare. Il film sembra essere diviso in due parti, la prima più classicamente narrativa, la seconda decisamente più visionaria. Si parte come un classico film horror vecchia scuola, sembra di assistere al primo Halloween di Carpenter, con quei ritmi lenti e quel modo di girare che non si fà più, molto lontano dai modus videoclippari degli ultimi anni. Quando la storia prende piede e tutti i pezzi cominciano ad incastrarsi (con qualche piccolo escamotage narrativo, diciamolo) Zombie si sbizzarisce e porta in scena una serie di sequenze al limite fella videoarte dove l’unica cosa da fare è lasciarsi trasportare nel delirio fino ai titoli di coda. Personalmente è la parte che preferisco e mi chiedo come sarebbe stato il film se avesse iniziato molto prima a spingere sul quel tipo di pedale ma forse un film del genere sarebbe stato difficile da digerire. Detto questo bisogna sottolineare che il film non è propriamente un horror e tende a colpire duro non tanto per il sangue versato ma per le immagini dissacrati che potrebbero turbare qualche anima pura che si approcciasse in modo impreparato alla pellicola. Nel film, comunque, c’è tutto quello che ci deve essere in un film di Rob Zombie. In primis sua moglie, quì protagonista, e le mille inquadrature insistite sul suo fondoschiena, e a seguire tutto il resto, dai personaggi ad immagine e somiglianza del nostro regista a tutto quell’ universo tipico che caratterizza tutti i suoi film. In definitiva una vera gioia per quelli che adorano lo stile di Zombie e ancor di più per quelli a cui piace tutto quell’immaginario esoterico/satanista e black metal che nel film è ottimamente rappresentato tra streghe, sacrifici, caproni, maiali e facepainting. Un ritorno in grande stile per Zombie con un opera particolare e molto personale che potrebbe anche non piacere a tutti, ma quelli che sapranno apprezzare godranno alla grande. Bentornato Rob.

Prometheus

di Ridley Scott. 2012

Ho aspettato del tempo prima di scrivere qualcosa su Prometheus. Avevo bisogno di assimilarlo, di capirne l’effetto a distanza di tempo. Ora mi sento pronto per parlarne. Per scriverne. Quindi. Le aspettative per questo ritorno alla fantascienza pura da parte di Ridley Scott erano altissime, sopratutto per il fatto che il tutto gira intorno alla saga di Alien. Capolavoro o fallimento? Nuova saga o Prequel? la verità, come in moltissime cose, sta nel mezzo e come la famosa questione del bicchiere mezzo vuoto o mezzo pieno probabilmente il risultato, positivo o negativo, dipende da diversi fattori tra cui l’occhio di chi guarda. Per quanto riguarda me una volta tirate le somme non posso fare altro che sentenziare un voto positivo. Mi è piaciuto. E non poco. Dicevo prima del tempo che mi sono preso per assimilarlo in modo da fare chiarezza sui lati positivi e sui lati negativi di un opera davvero complessa. Prima di tutto mettiamo in chiaro alcune questioni sul progetto visto che, girando per svariati forum, mi è parso di capire che moltissima gente non abbia capito che cosa stava andando a vedere. E si che secondo me la cosa era abbastanza chiara, sopratutto per i fanboy che hanno seguito passo passo, come il sottoscritto, ogni dichiarazione fatta sul progetto. Tutto nasce da Ridley che riprende in mano l’universo di Alien e decide di fare un prequel per spiegare che cosa sia successo prima dell’arrivo dei nostri eroi nel famigerato pianeta dove tutto ebbe inizio. Quello dello Space Jokey. Quello dove trovarono le famose Uova. Insomma, lo spiegone delle origini. A poco a poco che il progetto andava avanti le questione diventavano complicate e il materiale scritto si ampliava a dismisura tanto che a un certo punto la produzione ha suggerito a Scott di creare una Saga tutta nuova. Scott, entusiasto, ha così deciso di creare qualcosa di nuova rimanendo nello stesso universo di Alien e mantenendo, visto il materiale di partenza, dei punti di contatto tra le due saghe. Fu così che il progetto assunse un anima tutta sua dal titolo Prometheus vietando l’uso dell’aggettivo Prequel. Ad aiutare Scott arrivò così Damon Lindelof, lo sceneggiatore di Lost, l’uomo per cui tanta gente parla male di Prometheus. Il punto dolente di Prometheus, se proprio vogliamo definirlo dolente, è la scrittura. Lindelof, come in Lost, carica la storia di interrogativi le cui risposte sono riscontrabili solo nei piccoli indizi che semina quì e lì senza dare spiegazioni chiare a tutto quanto, lasciando lo spettatore con un finale aperto su diverse questioni che, per quanto mi riguarda, non sono poi molte. Insomma ho avuto l’impressione che Scott abbia voluto elevare la sua creatura puntando su una via di mezzo tra il classico film di fantascienza alla Alien e qualcosa di più alto. Per certi versi molto più simile a Solaris. La questione è semplicemente se un certo tipo di scrittura possa piacere o meno allo spettatore. Le risposte sui punti di contatto con Alien arrivano ma con esse anche delle nuove domande e il tutto si traduce con una delusione sotto quel punto di vista. Insomma i fan che si aspettano un prequel di Alien con tutte le risposte rimarranno delusi nonostante Scott abbia precisato più volte che Prometheus non sarebbe più stato un vero e proprio Prequel di Alien (anche se un pochini lo è, dai). Ma vedendo la nuova carne al fuoco ci si chiede se sia davvero poi così importante. Per quanto mi riguarda le risposte che non dà non sono poi così essenziali. Il vero problema, più che lanciare quesiti, sta probabilmente nella gestione dei personaggi. Vero punto dolente. Alcuni di loro vengono davvero trascurati e buttati li a casaccio rendendo diverse scene un pò vuote e insensate. Ecco. Una brutta gestione dei personaggi è il vero problema di questa pellicola. E il resto del film? Il resto del film è davvero ottimo. Tutto l’impatto visivo, dalla fotografia ai colori al design è a livelli altissimi tanto da lasciare a bocca aperte in diverse sequenze. Davvero di impatto. Tirando le somme Prometheus probabilmente non è il capolavoro che tutti si aspettavano ma nonostante i piccoli difetti per il sottoscritto rimane comunque davvero un ottimo film. Di quelli che, visti da ragazzino, mi sarei di sicuro innamorato.

The Tall Man – I bambini di cold rock

di Pascal Laugier, 2012.

Cera una forte curiosità per questo film. Pascal Laugier, il regista, è lo stesso di quel Martyrs che diversi anni fà ha fatto strappare i capelli a diverse persone che gridavano all’horror della vita. Per quanto riguarda me sono sempre stato lontano dal pensarlo pur riconoscendo dei pregi al film ma anche numerosi difetti (tutta la seconda parte, ma questo è un altro discorso). Questo per dire che per quanto mi riguarda la fotta e le aspettative erano medie e quindi, di base, ho visionato il film a mente asciutta. Allora. Diciamo subito che chi si aspetta un bagno di sangue o scene forti alla Martyrs rimarrà deluso. Quì siamo su altri lidi e lo splatter non è contemplato. Un film decisamente fatto per un pubblico più ampio visto che anche la produzione è di certo più importante. Qualcuno ha detto commerciale? non lo so, il film è comunque oltre che diretto anche scritto da Laugier quindi probabilmente è stata solo una scelta oculata vista anche la presenza come protagonista, e produttrice, di Jessica Biel. Quindi, mi ripeto, voluto per uno spettro più ampio di pubblico. Nonostante questo il film ha diverse affinità con l’opera precedente. Prima di tutto il fatto che Laugier prediliga il sesso femmiline, come dargli torto, per portare il suo messaggio, perchè si, anche quì c’è un messaggio. In secondo luogo anche la struttura narrativa è davvero molto simile a Martyrs. Una storia che inizia in un modo per poi ribaltarsi esattamente al centro con il sorpresone che ommioddiomaddavvero? per poi, verso la fine, buttargli ancora un altro colpo di scena, anche se questo a mio avviso prevedibile, con riflessione aperta nel finale. Insomma stesso canovaccio da manuale di sceneggiatura. Terzo punto che accomuna i due film è che la nostra protagonista, come abbiano già detto Jessica Biel, per compiere il suo viaggio verso la risoluzione finale debba passare attraverso un concetto di sofferenza non solo mentale ma anche fisica. Certo, siamo ben lontani dalle sofferenze di Martyrs ma comunque sia la nostra bella protagonista dovrà soffrire un bel pò per potersi, anche quì, immolare. Ma forse ho già detto troppo e non voglio rovinarvi un film che nonostante tutto, o forse proprio grazie a questo, risulta godibile e sopra la media di molti altri senza comunque strapparsi i capelli.

The Myth of American Sleepover

di David Robert Mitchell, 2010.

Esistono grandi film e piccoli film con una grande storia e una piccola storia o, come in questo caso, tante piccole storie slegate tra loro, corali, vissute dai dei giovani protagonisti avendo come perno centrale lo Sleepover come metafora per parlare di quell’eta’ , o forse e’ meglio dire, di quel momento dove si cresce, dove in un modo o nell’altro la vita cambia con la paura o la speranza di perdere o trovare qualcosa che, comunque vada, cambiera’ tutto per sempre. Un piccolo film che passa e va senza l’ambizione di dover lasciar per forza qualcosa ma che spera, come per quei momenti, di lasciarsi dietro un buon ricordo. Con me ha fatto centro tanto che, come mi succede spesso con produzioni del genere, mi fa’ venir voglio di tornarci a quei giorni, probabilmente per quei luoghi e quelle persone che fanno tanto piccola e sognante adolescenza da provincia americana. Davvero molto carino.