Take Shelter

di Jeff Nichols, 2011.

Curtis LaForche è un brav uomo a cui non manca più o meno nulla, ha un lavoro, una casa, una bella moglie ed una figlia sordomuta a cui, comunque, vuole un gran bene. Curtis vuole molto bene alla sua famiglia e farebbe di tutto per lei. Tutto sembra andare bene fino a quando, un giorno, comincia a fare strani sogni che finiranno per ossessionarlo a tal punto da portarlo a iniziare la costruzione di un rigugio anti-uragano per difendersi dalle paure che i suoi sogni gli hanno instillato. Comincia così un viaggio sulla paranoia, sulla psiche umana o, forse, semplicemente su una premonizione. Curtis è forse diventato pazzo come lo era sua madre? Film di grande impatto con un bravissimo Michael Shannon, che sembra ormai specializzato nel ruolo del paranoico schizzofrenico, e una Jessica Chastain che riesce a rappresentare la fragilità di una moglie che è anche un pò noi, che guardiamo dall’esterno e cerchiamo di capire che cosa stia succedendo. Un film che può essere diverse cose, un film sulla perdita di lucidità, un film sulla paura e su cosa essa ci spinge a fare, un film sull’amore di un uomo per la sua famiglia, un film catastrofico o un metaforone di quello che la società ci sta trasformando. Take Shelter racconta questo e forse altro in questo suo lento incedere fino alla forte scena finale, un epilogo perfetto per una storia che non avrà troppe risposte ma che comunque ci da molto su cui riflettere.

Annunci

C’era una volta in Anatolia (Once upon a time in Anatolia)

di Nuri Bilge Ceylan, 2011.

Film Turco ambientato in Turchia tra colline sporche e impervie C’era una volta in Anatolia non è un film facile. Prima di tutto per la durata, due ore e mezza, e poi per il ritmo lento e sospeso che ci accompagna per tutta la durata del film che lo rende faticoso anche se, invero, la fatica è alla fine ripagata da quello che il film riesce a darci. Superficialmente il film parla della ricerca di un cadavere. Tre auto tra cui spiccano un Medico, un procuratore ed un commissario di polizia, accompagnano un presunto colpevole di omicidio e il suo complice alla ricerca del luogo dove il cadavere è sepolto. Ovviamente la cosa non è così semplice visto che l’assassino in questione non sembra voler collaborare adducendo scuse sul fatto che la sera dell’omicidio avesse bevuto troppo o che il buio avesse reso difficile l’identificazione. Insomma, un viaggio (tranne nella parte finale) tra questi personaggi dove scorreranno molte parole apparentemente scollegate e inutili ma che con il passare del minutaggio si uniranno per formare un quadro più chiaro. Prima parlavo di “apparenza” perchè, ovviamente, anche il discorso non è così semplice. I personaggi e la risoluzione degli stessi e la questione del viaggio sono ovviamente un METAFORONE sulla società turca e, se vogliamo, sull’uomo e sulle sue colpe con cui deve imparare a convivere. Non dico altro sulla trama per non rovinarvi troppo la visione che, nonostante i ritmi e la lunghezza di cui parlavo, riesce comunque ad essere ottima, probabilmente anche grazie alla bellissima fotografia che ci accompagna fino alla fine. Io lo promuovo a pieni voti e, ovviamente lo consiglierei anche se ammetto che non è una visione facile per chiunque ma, se siete di quelli che non si spaventano e che con un certo cinema ci va a nozze, beh, la visione è caldamente consigliata.

P.S: Il film è il vincitore del premio Grand Prix della giuria al 64° festival di Cannes dove i film del regista sono ultimamente presenza fissa.